Recensione di Anna Vassallo
pubblicata sulla rivista
Monitor
Ci sono storie che nella loro semplicità nascondono percorsi
alternativi nella mente di chi le legge. Si tratta di quelle storie che
rievocano pensieri, ricordi, come quegli odori che rimandano ad
esperienze passate, sepolte nella memoria ed in cerca di quel
particolare dettaglio per rivivere ancora. E nonostante tutto sono
quelle storie che mantengono una propria originalità, nel genere
e nell'espressione.
Rocco Pollina, musicista trapanese ed insegnante di lingua e
letteratura inglese a Milano, nel suo primo racconto sceglie di narrare
una storia dai connotati a tratti polizieschi che si insinua con molta
discrezione tra gli angusti anfratti delle remote conoscenze
riguardanti confraternite religiose, numerologia mistica e devozione
chierica.
La storia coinvolge i trapanesi, cioè coloro che sono legati
alle tradizioni e alle origini della città di Trapani ma anche
quanti che trapanesi ci diventano dopo essere passati da queste parti e
avere, perché no, assistito alla infinita processione dei
Misteri del Venerdì Santo che straripa, con eccezionale cadenza
ogni anno, dai vincoli temporali. Se provo a chiedere in giro quale
è il dettaglio che meglio rappresenta Trapani nello spazio, e
forse anche nel tempo, buona parte sarà concorde nel piazzare al
primo posto di questa classifica la tradizionale processione della
nostra Settimana Santa. Il XXI mistero è dunque il titolo di
questo intrigo storico che mette insieme elementi tanto semplici quanto
efficaci, si tratterà di scoprire cosa si nasconde dietro la
processione dei Misteri e se la definizione di Misteri altro non sia
che qualcosa legato effettivamente ad una sorta di scomparsa che
tutt'oggi riecheggia tra le varie credenze popolari.
Allora andiamo con ordine. Il XXI mistero è un racconto
intrigante che tenta di fare luce su un cosiddetto mistero legato alla
processione dei Misteri di Trapani. I personaggi sono costruiti con
accuratezza e, come spesso accade anche nella realtà del
quotidiano, è quello più genuino che dà sostanza
all'intera struttura perché un po'si riferisce ad ognuno di noi
che è cittadino della propria terra e da cui si lascia vivere
ogni giorno e che aspetta con ansia ogni anno che si ripeta il lento
procedere di questa infinita processione di devoti nonostante tutto,
nonostante le promesse non mantenute e le speranze disilluse di potere
dare qualcosa in più a questa manifestazione religiosa,
nonostante la speranza di ricevere qualcosa in più, forse, dalla
stessa manifestazione. I riferimenti storici tra l'altro sono
autentici, frutto di appassionate ricerche che fanno così
particolare queste ventiquattro ore che si snodano tra i vicoli della
città nonché tra quelli della nostra storia locale.
Ecco Rocco Pollina al suo primo racconto, Il XXI mistero, Coppola
editore, che aggiunge atmosfera alla celebrazione dei riti della
Settimana Santa trapanese.
In Madre Mediterranea, romanzo in
tre templi Rocco Pollina ripropone gli stessi personaggi del suo primo
romanzo: Il XXI Mistero. Ciccio Bellezza, detto Africa, il professore
Peppe Rallo, la nipote Elsa Fachìn e il tenente dei carabinieri
Nicola Sammartano sono un affiatato quartetto di amici coinvolti, a
vario titolo, in vicende losche di cui riescono a dipanare gli intrighi
improvvisandosi investigatori (tutti, tranne il tenente Sammartano,
l’unico ad averne il titolo legale).
La vera protagonista, però, oltre al quartetto di investigatori,
è la Grande Madre mediterranea, la misteriosa dea che con
diversi nomi è venerata da tempo immemorabile lungo le coste
trapanesi e, in generale, nei paesi del Mediterraneo.
I templi di Erice, Segesta e Selinunte sono più che un semplice
sfondo: la qualità dell’energia dei luoghi sembra infondersi
anche agli eventi che lì si svolgono. Ecco che nella prima parte
del romanzo, Il monte di Venere, quasi a voler riprendere l’antica
tradizione della prostituzione sacra dedicata alla Venere ericina, un
gruppo di criminali tenta di impiantare un’industria di film
pornografici.
Traffici ambigui si svolgono all’ombra del tempio di Segesta, e
precisamente sull’altura detta Pianto Romano, la stessa sulla quale si
svolse una delle più famose e controverse battaglie del
Risorgimento.
Vuccuzza di rosa affronta il tema scabroso della pedofilia ed è
ambientata a Selinunte, luogo particolarmente amato dall’autore per le
sue spiagge e i suoi templi.
Altro non è opportuno svelare per non togliere il gusto della
lettura e della scoperta dei sottili collegamenti tra gli avvenimenti
narrati, con un linguaggio vicino ai cunti di Giufà, e il tema
unificante di questo romanzo che comincia e finisce sulle sponde del
Mediterraneo, madre della nostra civiltà.
Dall'introduzione
di Rocco Pollina a
Madre Mediterranea
Non sono un poeta e neanche uno scrittore. A stento potrei definirmi
come un musicista autodidatta con il vizio della poesia. Probabilmente
sono solo un uomo curioso che ama sperimentare diversi linguaggi dal
video alla letteratura, insieme a quella forma d’arte che utilizzo ed
esploro da trentanni: la musica popolare. Per questo motivo non mi
offenderò se direte che non so scrivere gialli. Forse me la
prenderei maggiormente se diceste che la mia musica non vale niente.
Forse. Però anche in questo malaugurato caso non ne sarei
stupito. Non sono il chitarrista più veloce del west, né
la mia voce è limpida come quella ben impostata dei cantanti
lirici o, peggio ancora, ruffiana come quella dei cantanti sanremesi.
Ma ve lo immaginate un carrettiere che canta come il compianto
Pavarotti o il figo Biagio Antonacci? Ecco, nello stesso modo le mie
storie sono cunti siciliani come quelli di Giufà. Non sono
commensurabili alla letteratura alta che popola i vostri scaffali.
Magari non meritano nemmeno di arrivarvi e in fondo, com’è noto,
i cunti siciliani non affollano le librerie dei colti intellettuali e
neanche quelle della gente comune. Avete mai sentito una storia di
Giufà? Ce n’è una in cui c’è una banda di ladri
che si è nascosta in una caverna a spartirsi il bottino.
Giufà passa casualmente da lì vicino e gli scappa da
pisciare. Allora si mette dietro un albero e comincia a innaffiare un
angolo di terra. La pisciata è abbondante e i rivoli cominciano
ad andare in diverse direzioni. Allora Giufà comincia a dire a
voce alta e con tono perentorio: - Tu vai di là! Tu invece
prendi di qua! – e visto che i rivoli sono molti il giochino dura un
bel po’. I ladri nella caverna sentono tutto quanto e si lasciano
prendere dal panico: - Picciotti, - esclama il capo – arrivaru li
carrabinera! Minchia quanti sunnu! Prestu, amuninni! – e così
dicendo scappano via lasciando il loro tesoro. Giufà li vede
uscire di corsa dalla caverna, e allora, incuriosito, entra dentro e vi
trova il bottino abbandonato nella fuga. Non so quanti uomini, donne e
bambini, siciliani e non, da quasi un secolo si sono divertiti ad
ascoltare, ma sono certo anche a narrare, questa storia, stu cuntu. Non
credo che si siano posti il problema della verosimiglianza degli eventi
o della coerenza dei contenuti. Se la sono goduta e basta. Ecco, fate
lo stesso con le mie storie, se vi piacciono. Oppure, in caso
contrario, perdonatemi se vi ho fatto perdere un po’ del vostro tempo.
Il mio, vi assicuro, è trascorso piacevolmente.
Recensione di Anna
Vassallo
pubblicata sulla rivista
Monitor
10 luglio 2009
Si dice che la scrittura sia una forma d'arte assolutamente istintiva
per noi esseri umani e che rispecchi un bisogno essenziale quale quello
di comunicare, sotto forma di segno grafico dal senso più o meno
estetico, il personale modo di interpretare la vita. Ecco perché
a volte non importa che ciò che si sta scarabocchiato su un
foglio qualsiasi risulti complicato, laborioso quanto piuttosto
semplice e sequenziale: scrivere è prima di tutto un atto
personale che diventa “per” soltanto in una seconda fase.
La questione eccezionale consiste nel fatto che spesso ciò che
si produce per se stessi in realtà merita di essere condiviso
per la sua inaspettata gradevolezza e, in questo modo, si assolve a due
bisogni creativi propriamente fini a se stessi ma assolutamente
indispensabili: scrivere ed assorbire la scrittura. L'eccezione
consiste nella differenza con cui più diffusamente si esercitano
questi modi di agire: scrivere non per insegnare ed assorbire non per
imparare; piuttosto scrivere e leggere per il puro piacere di farlo.
Questo potrà impiegarci diverse ore del nostro tempo, o forse
pochissimo, ma alla fine conterà la sensazione di leggerezza che
la nostra mente avrà colto in modo sano e divertente, a volte
sognando, a volte ridendo, a volte sbuffando, chissà…
Dal 23 luglio potrà essere a disposizione di coloro che hanno
apprezzato il primo lavoro narrativo di Rocco Pollina (Il XXI Mistero,
Coppola editore), o che al contrario lo incontreranno solo adesso
inciampandovi per caso magari, il suo secondo romanzo, Madre
Mediterranea - romanzo in tre templi, edito nuovamente da Coppola.
Già, il musicista trapanese ci prova di nuovo e pare non si
perda d'animo… bene, perché ritrovarlo ancora una volta sui
banconi delle librerie fa piacere e lo si porta in casa altrettanto
piacevolmente.
I personaggi sono gli stessi conosciuti nel capitolo precedente, la
struttura narrativa è molto simile a quella sperimentata, ovvero
diretta ed efficace, e la trama è lineare quanto basta per
creare un intrigo dal risvolto non affatto scontato: tutti ingredienti
di una ricetta semplice ma non banale predisposta per essere gustata
prima di tutto dal cuoco, che solo per modestia non si fa chiamare
chef, quindi dagli invitati la cui soddisfazione è visibile
dall'ardore con cui consumano il piatto.
In più, i retroscena, con tanti dettagli che erano difficili da
immaginare ne Il XXI Mistero: i personaggi prendono colore, ognuno
assume diverse sfumature che risultano più evidenti a seconda
del punto di osservazione, la psicologia diventa più sottile,
nuovi e inaspettati particolari arricchiscono le vite dei quattro amici
e tuttavia la narrazione non perde il connotato più importante
che è la scorrevolezza. Niente pretese, insomma, non un grande
intrigo internazionale, piuttosto crimini, più o meno rilevanti,
riferiti ai piccoli confini della provincia di Trapani risolti dalla
mente del tenente Nicola Sammartano che si avvale della collaborazione
di tre amici, Peppe Rallo, Elsa e Ciccio detto Africa, nelle vesti di
poliziotti in borghese: non un invito alle indagini fai da te
certamente ma un modo divertente e poco convenzionale per arrivare a
certe notizie, a certi agganci difficili da recuperare altrimenti.
Le vite dei quattro personaggi si svelano nel corso dell'intero romanzo
suddiviso tuttavia in tre templi, appunto, fino a ritrovarsi
inaspettatamente quanto piacevolmente cullati dalle braccia di un
insolito cantante di musica popolare dalla pelle talmente scura da
sembrare magrebino o proiettati indietro nel tempo fino alle sospette
vicende legate a Garibaldi e al suo sbarco in Sicilia o ancora
tormentati dai disagi che il dovere civico comporta e, a suo modo,
ognuno riassume certi aspetti della sicilianità che ci
appartiene. Da tutto questo e da tanti piccoli particolari si intuisce
il rispetto e forse un po' la nostalgia per luoghi cari che in molti
riconosceranno come i propri fino a volte a sentirne sul palato i
sapori e sulla pelle le tracce che questa terra lascia indelebili, a
cominciare dal titolo che riporta a suggestioni e miti antichi,
tutt'oggi più che vivi in leggende in odor di spiriti e dei, per
finire alla crema delle famose genovesi ericine e, non ultimo, al
tramonto in bilico tra due mari.
Madre Mediterranea - romanzo in tre
templi: da gustare all'ombra di un pino.
Scarica i singoli libri in formato PDF cliccando sul titolo
Recensione di Giovanni Alagna sulle
opere di Rocco Pollina
Ciccio Bellezza, detto Africa, il
professore Peppe Rallo, la nipote Elsa Fachìn e il tenente dei
carabinieri Nicola Sammartano, personaggi nati dalla fantasia di Rocco
Pollina, formano un affiatato quartetto di investigatori che da Trapani
estende la propria azione all’intera provincia alla ricerca e allo
smascheramento di criminali. I nostri eroi sono gli ultimi nati, ma
sicuramente degni di diventare famosi, di una lunga serie di
investigatori che il genere “romanzo giallo” ha prodotto nel corso
della sua esistenza. Essi si muovono in un ambiente, qual è
quello trapanese, eccezionalmente ricco di tradizioni e memorie
storiche nell’ambito delle quali si svolgono i fatti criminosi che i
nostri personaggi riescono a scoprire. Tutti, ma in modo particolare il
professore
Rallo, sono amanti, e non platonici, della buona cucina siciliana. In
questa passione per la gastronomia il nostro professore è
sicuramente in buona compagnia, potendo contare su precedenti illustri
di altri investigatori.
Comune ai tre libri, oltre al quartetto di protagonisti,
è l’inserimento di
stralci di documenti relativi alla storia e alle tradizioni locali.
Caratteristica delle opere di Rocco
Pollina è anche una postfazione nella quale l’autore, adottando
la tecnica tipica dello scrittore onnisciente ottocentesco, si
preoccupa di farci conoscere il seguito dei fatti narrati. Ma mentre
nel corpo della narrazione l’happy ending è garantito dal
trionfo della
giustizia, le postfazioni tradiscono una visione del mondo più
pessimistica e sconfortata. Nel futuro non contenuto nel singolo libro
gli
uomini non solo non pagano per le loro responsabilità, ma spesso
spregiudicatamente approfittano della posizione in cui si sono venuti a
trovare.
I piccoli intrecci ben congegnati, più vicini ai cunti di
Giufà e alle favole siciliane che ai classici del giallo, la
cura con cui sono delineati i protagonisti e le ambientazioni, rivelano
la nascita di uno scrittore originale da cui ci
attendiamo che racconti ancora molte altre storie, o storie altre, ai
margini di una Storia con la esse maiuscola.
Le
versioni di "Le teste di Cozzo" e "La
falce e il martello" pubblicate su questa pagina
non
hanno un editing definitivo e sono da considerarsi un work in progress.
Punteggiatura,
impaginazione e addirittura contenuti sono in continuo
mutamento.
Consideratele un gentile omaggio agli amici dei
Mondorchestra e di Rocco Pollina
che sono invitati a fornire critiche, suggerimenti e recensioni.